Sandra Milo

Photographer
Chiara Meierhofer Muscarà
Fashion Editor  Emi Marchionni
Make-Up and Hair Stefania  D’Alessandro

 

EDITORIAL  FROM THE PRINTED Vol. 4 SURVIVORS RHAPSODY
On the cover  Sandra  wears  dress Inga Skripka

Interview Giuppy d’Aura

 

OGGI CON FLEWID INCONTRIAMO UN’ATTRICE PER LA QUALE LA PAROLA DIVA NON È DI CERTO SPRECATA. REGINA INDISCUSSA DI LEGGEREZZA E SENSUALITÀ, MUSA DI REGISTI COME FELLINI, ROSSELLINI E PIETRANGELI, CAPACE DI INTERPRETARE SU QUALSIASI TIPO DI PIATTAFORMA A QUALSIASI ETÀ: CINEMA, TEATRO, TELEVISIONE E PERFINO IL WEB. DA UNA MENTE BRILLANTE COME QUELLA DI SANDRA MILO SI IMPARA CHE LA FRIVOLTEZZA E LA PROFONDITÀ NON SONO NEMICHE, MA SORELLE E CHE L’UNA HA BISOGNO DELL’ALTRA PER FUNZIONARE BENE.

Sul tuo profilo Instagram, all’inizio della pandemia, hai parlato a lungo della tua esperienza di ragazza durante la guerra, tracciando un parallelo tra le due. Cosa ti ha insegnato quell’esperienza che può essere utile oggi?
Abbiamo sempre la sensazione di essere eterni e intoccabili. Ma la lezione che mi è rimasta dalla guerra è che tutto è possibile e che bisogna vivere il presente in tutta la sua intensità.

Hai avuto la fortuna di vedere la tua carriera fiorire negli anni in cui il cinema italiano era visto e ammirato in tutto il mondo, recitando per maestri come Pietrangeli, Rossellini, Risi e soprattutto Fellini. Come è entrato nella tua vita Federico Fellini?
Fellini mi è stato presentato da Ennio Flaiano. All’epoca ero ancora una ragazza, ma devo dire che mi colpì subito. Era bello, alto, moro e con occhi ammalianti. Quella prima immagine mi è rimasta impressa ancora oggi. Poi mi è capitato di girare un film con Rossellini (Va-nina Vanini, 1961) che fu accolto malissimo alla Mostra del Cinema di Venezia. Oggi è considerato uno dei capolavori di Rossellini, ma all’epoca fui costretto ad abbandonare temporaneamente la mia carriera cinematografica. Fellini, tuttavia, insistette molto perché fossi presente in 8½ (1963), nonostante fossi contrario. Insomma, aveva ragione perché mi cambiò la vita. Dopo quel film tutti mi volevano!

Si potrebbe dire: era nata una stella!
Potresti fare un ritratto dell’uomo Fellini e del suo immaginario cinematografico?
Innanzitutto, era un uomo pieno d’amore e con un grande rispetto per i sentimenti. Ad esempio, sebbene i suoi film siano intrisi di sensualità ed erotismo, c’è anche una grande pudicizia. Mai un bacio, mai una scena di sesso esplicito. Ho sempre pensato che questo fosse dovuto al rispetto che nutriva per una sfera così essenziale come quella sessuale per gli esseri umani.

 

 

Tra i film che hai girato, qual è quello che ricordi con più affetto?
Detesto alcuni dei film che ho girato; ne adoro altri. Forse ho dato il meglio di me in La visita del re (1963) di Antonio Pietrangeli. Il film è un ritratto molto delicato e intimo dell’amore, ma soprattutto della ricerca femminile dell’amore come dono.

Cosa pensi di come sia cambiato il cinema da allora?
C’è una cosa che mi imbarazza sempre quando giro un film oggi, ed è il fatto che il regista non sia mai presente. È in un’altra stanza a guardare la scena su uno schermo. In passato, il regista era sempre lì davanti a te. Se, per esempio, c’era un primo piano, lui era lì con te, non solo per controllare che venisse bene, ma anche per trasmetterti i suoi sentimenti e credo che questo si trasmettesse attraverso lo schermo. Oggi, anche l’atto di girare un film mi sembra essere diventato un po’ disumanizzato. La tecnologia ha preso il sopravvento ovunque.

Ti abbiamo visto in prima linea nella lotta per il cinema italiano (e sei stato ricevuto anche dal Presidente del Consiglio Conte). Ma vedi qualche degno erede di Fellini, Rossellini e Risi?
Sai, penso che l’essenziale nella vita sia il cambiamento, quindi mi è difficile fare un paragone qualitativo. C’erano cose migliori in passato, per certi aspetti, e oggi per altri. Ci sono molti giovani registi italiani che potrebbero essere considerati gli eredi dei grandi del passato. Alcuni hanno anche una grande poetica della vita, ma preferisco non fare nomi per non offendere nessuno.

Come sai, la nostra rivista, Flewid, si basa sui concetti di inclusione e rispetto per tutte le identità, temi che, purtroppo, oggi sono sempre meno evidenti. Come pensi che possiamo lavorare per costruire una società più egualitaria e rispettosa di tutte le differenze?
Non credo che l’inclusione sia o debba essere una cosa difficile. Oggi si corre a dire che non esistono razze e differenze, ma non credo che sia questo il punto. In natura ci sono migliaia di differenze tra le specie e anche tra gli esseri umani, ma questo non dovrebbe impedirci di rispettarci e amarci a vicenda. Sono cristiano e per me siamo tutti bambini, uguali davanti a Dio. La discriminazione non ha alcun senso per me. Penso che tutti dovrebbero essere sempre amati, fin dalla tenera età.

Qualcuno?
Sì. Ti faccio un esempio: se trovo una persona sgradevole, perché è maleducata o maleducata, la immagino subito da bambino e penso a quando sua madre lo coccolava e lui aveva fiducia nell’umanità. Mi dico che a un certo punto anche lui era una persona meravigliosa e aveva fiducia nella vita, e quindi mi appare subito sotto una luce diversa.

Ti dispiace se ti chiedo a cosa stai lavorando?
Certo! In autunno sarò a teatro con un’opera su Federico Fellini, e poi farò un altro spettacolo a cui tengo particolarmente: Ostriche e caffè americano, in cui interpreto una drag queen che gestisce un gruppo di drag queen. Un giorno arriva una nuova artista al locale e da lì la trama prende colpi di scena inaspettati e intensi. Solo a pensare alla storia mi viene da piangere. Per me questo è uno spettacolo sul miracolo della nascita e su come possa arrivare da tanti luoghi diversi pur essendo sempre valido allo stesso modo, venite a vederlo!