Fearlessly Outspoken: Monica J. Romano

Photography Aldo Giarelli
Styling Emi Marchionni
Make Up and Hair Francesco Fava
Styling Assistants Irene Pirrone, Michele Sole

DIGITAL COVER STORY

Monica J. Romano wears total look Alberta Ferretti

Interview Chiara Buoni

Nel 2021 alle elezioni comunali di Milano sei stata eletta Consigliera comunale con il Partito Democratico. Come si è svolto il tuo percorso politico da quel momento a oggi?
Le parole chiave della mia campagna elettorale alle elezioni amministrative del 2021 furono tre: diritti, lavoro, parità. Dal giorno della mia elezione come consigliera comunale nell’ottobre 2021 e, successivamente, come vicepresidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili, ho quindi orientato la mia bussola e i miei sforzi sui diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, sull’uguaglianza di genere e sulla difesa e promozione dei diritti sociali e civili in un’ottica il più possibile intersezionale.
Alcuni esempi di battaglie concrete, in breve:
– il sostegno ai 60 lavoratori del comparto servizi informatici che l’anno scorso SEA (l’azienda partecipata del Comune di Milano che gestisce gli aeroporti di Linate e Malpensa) ha esternalizzato. Con altre colleghe e colleghi del Consiglio comunale abbiamo approvato un Ordine del Giorno che impegna SEA a riassumere i 60 lavoratori esternalizzati nel caso dovessero perdere il lavoro presso la nuova società;
– una mozione per la sicurezza sul lavoro dei riders, quelle persone che vediamo sfrecciare tutti i giorni sulle nostre strade, portare cibo caldo nelle nostre case e lavorare in condizioni spesso molto rischiose per la loro incolumità;
– l’approvazione di un emendamento al Documento Unico di Programmazione che prevede la formazione dei dipendenti del Comune di Milano sulle tematiche di diversity & inclusion e sul contrasto alle discriminazioni basate su genere, età, disabilità, appartenenza etnica, background migratorio, orientamento sessuale e identità di genere;
– una mozione per l’intitolazione di una via di Milano a una delle madri del femminismo italiano ed europeo, Carla Lonzi;
– una mozione per l’istituzione del primo Registro Alias in Italia che consenta alle persone transgender e non binarie di vedere riconosciuto il nome di elezione sui documenti di pertinenza comunale. E molto altro, ma non voglio dilungarmi! 

Cosa è successo dopo che nel 2021 il Senato non ha approvato il Ddl Zan? C’è stata un’evoluzione o piuttosto una regressione nella riflessione a riguardo?
Dopo il 27 ottobre del 2021 – giorno in cui il Ddl Zan è stato affossato in Senato fra i vergognosi applausi di molte senatrici e senatori – si sono spenti i riflettori che finalmente, tuttǝ insieme, avevamo acceso sul tema delle violenze motivate da misoginia, omofobia, lesbofobia, transfobia, abilismo. Il dibattito pubblico su questi temi si è interrotto. Tutto ciò è davvero molto grave. Attendiamo da quasi trent’anni una legge che ci protegga dall’odio, e la stiamo ancora aspettando. Dobbiamo tornare a combattere per i nostri diritti, e dovremo farlo in modo ancora più deciso, considerando il panorama politico attuale. Io, nel mio piccolo, ci proverò con un nuovo libro, la mia quarta pubblicazione, che uscirà in primavera, per l’editore TEA. Nel libro ho raccontato quel cammino di vita che molto precocemente è diventato un percorso politico. Ho iniziato a fare attivismo a 19 anni nelle associazioni LGBT+. La militanza per i diritti civili ha avuto un ruolo trasformativo straordinario sul mio modo di vivere e di stare nel mondo, e mi ha portato a diventare la prima persona transgender eletta a Milano nella storia della città. Non dobbiamo arrenderci quando si parla dei nostri diritti, mai. Andiamo avanti a lottare, soprattutto per e a fianco delle giovani generazioni.

Considerando anche il risultato delle ultime elezioni, cosa ti aspetti dal futuro del Partito Democratico?
È un momento complesso per il Partito Democratico. Stiamo andando verso un congresso molto importante, perché costituente. In sostanza, tutto verrà rivisto e messo in discussione, ripartendo dai nostri valori di riferimento. Non è una cosa da poco. Anche perché il Partito Democratico è l’unico in Italia ad avere un congresso in cui si vota, e non gli inamovibili capi carismatici presenti in altri partiti. Ho deciso di sostenere la candidatura di Elly Schlein come Segretaria del Partito. Schlein rappresenta, a mio modo di vedere, quel cambiamento indispensabile in questo momento. 

In un’Italia ancora vittima del patriarcato, dove spesso bisogna lottare per essere autenticamente se stessi, credi che Milano rispetto ad altre città sia più vera, stimolando le persone a esprimere più spontaneamente la propria fluidità?
Darò una risposta netta: credo che se non fossi nata e vissuta a Milano non sarei riuscita a fare quel che ho fatto fino a oggi e a realizzarmi umanamente, professionalmente e affettivamente. Sarò di parte, ma credo che Milano oggi rappresenti la città italiana in cui le persone transgender, non binarie e di genere non conforme trovino il maggior spazio per potersi esprimere liberamente e realizzare i propri sogni. Con questo non voglio certo dire che Milano sia l’El Dorado: il patriarcato esiste e resiste anche qui, così come la transfobia. Senza dimenticare l’insostenibile costo dell’abitare che va risolto con politiche coraggiose, perché diritti sociali e civili non possono esistere gli uni senza gli altri. 

Proprio a Milano è stato istituito il primo registro di genere in Italia. Puoi spiegarci cos’è e come è stato possibile?
Il 16 maggio dell’anno scorso il Consiglio comunale ha approvato una mozione da me proposta per l’istituzione del Registro di Genere (o Registro Alias). Ora, con l’appoggio del Sindaco Sala, stiamo curando gli aspetti tecnici e di messa a terra del provvedimento. In primavera/estate dovremmo avviarlo. Il Registro consentirà alle persone transgender e non binarie di avere documenti di pertinenza comunale (abbonamento ai trasporti pubblici, tessere delle biblioteche, abbonamenti a impianti sportivi, cinema e teatri) che riportino il nome di elezione e non quello anagrafico. Consentirà inoltre ai dipendenti del Comune e delle aziende partecipate di avere documenti di riconoscimento interni (badge, tesserini, email) con il nome di elezione. Il Registro di Genere è stato possibile perché c’è stata la volontà politica di portarlo avanti da parte dell’amministrazione comunale e dell’attuale maggioranza di centrosinistra al governo della città. E anche grazie a tanta tenacia e insistenza, perché cambiare la politica dall’interno è possibile, a patto di non scoraggiarsi e arrendersi. 

Qual è la declinazione di femminismo che accogli? Come si fa la militanza in questo senso?
Sposo la visione del femminismo intersezionale, da Angela Davis in poi. L’idea che le varie oppressioni – basate sulle gerarchie di genere o di classe, su una visione razzista e razzializzante, sull’omotransfobia, sull’eterocissessismo e sul binarismo di genere, sull’abilismo, e su molte altre – siano profondamente legate e intrecciate. Conseguentemente, la risposta politica e movimentista deve avere la stessa connotazione di intersezionalità e trasversalità. 

Di cosa si occupa l’Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere (ACET) di cui sei presidente onoraria? Perché fare attivismo nel tuo caso ha significato anche costituire dei gruppi di auto-aiuto e autocoscienza per le persone transgender e non binarie? Puoi raccontarci alcune esperienze vissute da vicino?
Dal 2013 l’associazione offre accoglienza e gruppi di auto mutuo aiuto a persone transgender, non binarie, di genere non conforme e, in generale, a chiunque si interroghi sulla propria identità di genere, a 360°. L’associazione offre anche momenti di autocoscienza in cui poter decostruire quegli stereotipi dannosi e quel disvalore che, in quanto persone che si discostano dal binarismo di genere, riceviamo quotidianamente e finiamo con l’introiettare. Inoltre, ACET fa molta cultura e politica, le naturali conseguenze del lavoro di autocoscienza: se decostruisci gli stereotipi tossici che ti abitano, inevitabilmente finisci col volerli anche mettere in discussione nel mondo che ti circonda. In venticinque anni di attivismo e di gruppi, ho visto tante persone della nostra comunità trasformarsi da crisalidi a farfalle. Non è soltanto il cambiamento fisico-estetico che riguarda le persone transgender che intraprendono percorsi medicalizzati, è molto, ma molto di più. È la trasformazione interiore che deriva da una presa di coscienza, quella dell’esistenza di una violenta transfobia presente a ogni livello nella nostra società. Ho visto tante persone timide e pacate scoprire dentro di sé una grande rabbia, man mano che prendevano coscienza rispetto al tema della transfobia. Tante hanno deciso di trasformare la rabbia in un’energia positiva, cioè in voglia di attivarsi per cambiare le cose. L’esperienza dell’auto-aiuto e dell’autocoscienza sul tema della transfobia ha fatto nascere tantǝ bravissimǝ attivistǝ. Oggi, quelle persone un tempo timide e riservate, portano avanti con grinta tante importanti battaglie.

Nel 2008 la casa editrice Costa & Nolan ha pubblicato il tuo “Diurna. La transessualità come oggetto di discriminazione” a proposito del diritto al lavoro delle persone transgender. Quali sono i nodi testuali alla base del saggio? In base a questi, noti dei cambiamenti oggi in Italia?

È stata la mia prima pubblicazione, tratta dalla mia tesi di laurea, che affrontava il tema della discriminazione delle persone transgender nel mondo del lavoro. Scelsi la parola “Diurna” perché allora le donne transgender erano relegate nella dimensione notturna e c’era l’urgenza di rivendicare il nostro diritto a esistere alla luce del sole. Il saggio è un’analisi delle dinamiche discriminatorie nel lavoro e, più in generale, nella moderna società occidentale. Contiene anche il Manifesto per la libertà di genere, un’analisi sociologica della discriminazione sistemica che le persone non conformi al binarismo di genere incontrano e di quella, auspicata ma non ancora realizzata, rivoluzione culturale necessaria per mettere fine a discriminazioni e marginalizzazioni. Chi oggi riesce a recuperare una copia di quel saggio (non è più in stampa), mi dice che è ancora attuale. Non è una buona cosa, perché significa che negli ultimi quindici anni non abbiamo fatto grandi passi avanti. Certo, oggi di transgenerità e di non conformità di genere si parla molto di più a livello di comunicazione mainstream, e questo è positivo. Nel mondo del lavoro le cose vanno un pochino meglio, nel senso che sono aumentate le persone transgender che superano le barriere all’ingresso del mercato del lavoro e vengono assunte. Ma non abbiamo ancora fatto quel salto culturale che ci permetterà di uscire dalle gabbie della binarietà di genere. Ancora oggi leggo di persone trans definite nate nel “corpo sbagliato” e invece vorrei leggere che i nostri corpi sono meravigliosi e che «Trans is beautiful!», per citare Laverne Cox. Negli ultimi anni ha prevalso una narrazione molto pietistica e compassionevole delle nostre storie, corpi e cammini. Io vorrei invece che iniziassimo a parlare di noi rivendicando l’orgoglio di essere ciò che siamo. E vorrei anche che altri smettessero di parlare al nostro posto.

C’è un’idea, un’immagine o soltanto una parola che ti piacerebbe occupasse un’intera pagina di Flewid?
Cambiamento.

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